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miniera di Sos Enattos

miniera di Sos Enattos

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Lula si raggiunge deviando per circa 10 km dalla SS 131 dir.

Il contesto ambientale
La miniera di Sos Enattos è all'interno di un paesaggio di grande bellezza, sottolineato dalla vicinanza del Monte Albo. Sempre nel territorio di Lula, si può percorrere la SP del Monte Albo per trovare i due successivi incroci che conducono agli insediamenti minerari ormai abbandonati di Guzzurra e di Argentaria. Seguendo un sentiero sulla d. prima del cancello di ingresso, si può scendere a valle fino ai resti della miniera di Su Ergiolu. Continuando ulteriormente sul sentiero si arriva alla miniera dell'Argentiera dove si possono vedere i resti murari di molti fabbricati ottocenteschi abbandonati.

Descrizione
La miniera di Sos Enattos, già sfruttata dai Romani, fu riscoperta a metà Ottocento per passare nel 1905 alla compagnia mineraria franco-belga Societé Anonyme des Mines de Malfidano. Passata in seguito a privati, fu rilevata dalla Rimisa s.p.a. nel 1951 così da raggiungere un notevole sviluppo, arrestatosi tra crisi periodiche con la definitiva chiusura nel 1996. Oggi fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall'UNESCO.
I villaggi minerari di Guzzurra e di Argentaria, legati all'estrazione di minerali piombo-argentiferi, restarono attivi almeno da metà Ottocento. In cima ad una collina si scorgono i resti del piccolo villaggio di Guzzurra con l'edificio della direzione, gli alloggi degli operai e una cisterna. Un tempo era presente anche un piccolo ospedale.
Nella miniera di Su Ergiolu meritano una segnalazione l'edificio contenente la macchina a vapore del pozzo d'estrazione, la torre del camino che scaricava i fumi e i vasconi per l'acqua necessaria alla lavorazione del minerale.

Storia degli studi
Gli impianti minerari di Lula sono menzionati in diverse opere sull'archeologia industriale in Sardegna.

Bibliografia
S. Mezzolani-A. Simoncini, [i]Sardegna da salvare. Paesaggi e architettura delle miniere[/i], Nuoro, Archivio Fotografico Sardo, 1993.

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