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sito di Castro

sito di Castro

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Da Sassari, lungo la strada per Olbia (SS 597), dopo l'innesto del tratto a scorrimento veloce, il sito è visibile sulla s. all'altezza della svolta per la chiesa di Nostra Signora di Castro. Raggiunta la chiesa si prosegue, per oltre un km, lungo la stessa strada verso la collina di San Simeone.

Il contesto ambientale
La collina granitica di Castro (il toponimo è quello registrato nella cartografia dell'IGM) è ubicata nella porzione centrale della valle del Monteacuto. Il rilievo, anche se non supera i m 200, si presenta con una sommità tabulare ellittica (m 250 x 90) dalle pendici segnate e allungate verso il corso del Rio Mannu di Ozieri. Il corso d'acqua non è più rilevabile nella sua morfologia originaria dato che è stato inglobato nel bacino artificiale del Coghinas che occupa tutta la porzione settentrionale della valle del Monteacuto.

Descrizione
L'"Itinerarium Antonimi" (III sec. d.C.) riporta, lungo la via "a Tibulas Caralis", il centro di Luguidone ad eguale distanza (XXV miglia circa) da Gemellas (Perfugas) e da Hafa (Mores). La "Cosmographia" dell'Anonimo Ravennate del VI secolo, in piena età bizantina, menziona i "castra Felicia". Gli studiosi concordano nella localizzazione di questi centri con le rovine ubicate a N/O di Oschiri riconoscendo all'insediamento, oltre che una funzione militare, un ruolo chiave nella viabilità del nord Sardegna. Infatti, la strada è in realtà parte di quella che garantiva il collegamento col centro dell'isola. Superato l'altopiano di Campeda, essa si divideva in due arterie: una verso Turris, l'altra verso Olbia. Una seconda via permetteva il collegamento diretto tra i "Luguidonis c(astra)" e il "portus Luguidonis" localizzato presso Santa Lucia di Siniscola. Una salda propensione alla continuità di frequentazione della cima della collina è evidente anche nell'ubicazione, in questo stesso luogo, della diocesi medievale di Castra. La chiesa di Santa Maria (XII secolo) è posta a circa 1 km dai resti romani.
Le ricerche archeologiche, concentrate nella porzione orientale della collina, hanno permesso di mettere in luce una porzione della cinta muraria in opera a telaio ("opus africanum") attribuita, nella sua fase d'impianto, all'età giulio-claudia. Il circuito murario, documentato nella sua interezza grazie alla fotografia area, presenta un profilo trapezoidale adatto a chiudere tutta la cima della collina. Si sono riconosciuti alcune cortine murarie e diversi terrazzamenti artificiali lungo il lato S del rilievo. Due saggi di scavo lungo la porzione E della cinta hanno verificato come la struttura non fu realizzata contro terra ma su una preesistente struttura in materiale litico, legata con malta di fango, poggiata direttamente sul banco roccioso. Nel saggio di scavo più orientale è stato posto in luce un blocco rettangolare di grosse dimensioni posto verticalmente. Questo elemento è stato interpretato come stipite di una porta di accesso alla città aperta verso N. All'interno della cinta, sempre nella porzione orientale, a ridosso dell'ingresso, è stato ritrovato un edificio termale. L'edificio ha una lunghezza di m 22,20 e una larghezza compresa tra i m 7,4 e i m 13,3. In corrispondenza della larghezza massima è presente il "frigidarium" dotato di una vasca che, nella sua ultima fase d'uso, fu rivestita in laterizi. In successione si trovano gli ambienti più caldi: il "tepidarium" e il "calidarium". Quest'ultimo mostra due vasche. Tutto l'impianto fu costruito nel corso del I secolo d.C., ma sono evidenti i segni delle successive trasformazioni testimoniate dall'uso di embrici risegati che presentano il bollo "Valeri" attribuibile in origine al II sec. d.C. Poco distante dal complesso termale sono stati indagati alcuni ambienti contraddistinti da un rivestimento pavimentale e parietale in opera signina. Questi spazi sono stati interpretati come magazzini per il grano; tuttavia non se ne esclude la destinazione a depositi per l'acqua. A N, all'esterno delle mura, è segnalata una necropoli. Le sepolture, in urna e alla cappuccina, non sono state indagate.
Dal punto di vista interpretativo è evidente come Luguidune-Castra per un lunghissimo tempo assunse per il territorio un ruolo proto-urbano: è quasi una città dotata di spazi pubblici, strutture difensive e aree per i civili da localizzare alle pendici meridionali della collina. Le fonti epigrafiche, soprattutto epitaffi funerari recuperati in regione Iscia Cunzada, a meno di 2 km ad O dalla collina di Castro, attestano la presenza della "III cohors Aquitanorum" a partire dall'età giulio-caudia. Il reparto formato da 500 effettivi, acquartierato probabilmente sulla collina all'interno di una struttura fortificata in legno, fu verosimilmente affiancato nel corso dell'età neroniana da una "cohors Ligurium equitata". Nella stessa zona sembra essere attestata nel corso dell'età flavia l'opera della "cohors Sardorum", ma non vi sono elementi sufficienti per definire se vi fu un avvicendamento tra i diversi reparti. La presenza stabile dei militari in questa zona a partire dal I secolo d.C. era motivata dalla necessità di proteggere gli assi viari dalle incursioni dei Balari, una popolazione non completamente romanizzata, stanziale nel massiccio nel Limbara.

Storia degli scavi
La presenza di tratti stradali, congiuntamente ai resti murari sulla cima della collina, è documentata nelle descrizioni del XVI secolo (Giovanni Francesco Fara) e in quelle del XVIII secolo pertinenti il ducato di Monteacuto (feudi della casata spagnola di Oliva). Il sito romano è stato indagato archeologicamente a partire dal 1987.

Bibliografia
A. Mastino-P.G. Spanu-R. Zucca, "Il territorio di Oschiri dal periodo romano all'età bizantina", in [i]Oschiri, Castro e il Logudoro orientale[/i], Sassari, Carlo Delfino, 2004, pp. 77-99.
L. Pani Ermini, voce "Castra", in [i]Enciclopedia dell'arte antica classica e orientale. Secondo supplemento[/i] 1971-1994, II, Roma, 1994, pp. 41-42.

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